Università Bocconi, 5 novembre 2025
Un’aula piena, giovane, viva.
È il primo dettaglio che colpisce entrando nella Franceschi della Università Bocconi, la sera del 5 novembre.
Studenti di economia, diritto, psicologia.
Generazioni che non solo useranno l’intelligenza artificiale, ma la addestreranno, la racconteranno, la renderanno parte del loro modo di vivere.
L’incontro — promosso dalla Pastorale Universitaria e sostenuto da undici associazioni studentesche — nasce da una domanda vera, nata tra i tavoli della mensa:
che rapporto vogliamo avere con la macchina?
Quando l’Arcivescovo entra, tutti i ragazzi si alzano in piedi.
Un gesto semplice ma potente, che restituisce subito il senso profondo di rispetto e di attesa che attraversa la sala.
Il titolo dell’incontro — What was (A)I made for? — parafrasa la celebre canzone di Billie Eilish e porta con sé una domanda aperta:
a cosa è fatta per servire, davvero, l’intelligenza artificiale?
La macchina e la probabilità
Il professor Fabio Mercorio, dell’Università di Milano-Bicocca, guida i presenti dentro il cuore dell’AI.
Non un’entità misteriosa, ma una macchina che “impara” correlando dati e probabilità.
L’AI non sa, ma prevede.
Non comprende, ma calcola la possibilità che una frase, un’immagine o una decisione siano verosimili.
«Viviamo in un mondo di probabilità», spiega,
«e forse è proprio qui che l’intelligenza artificiale ci assomiglia di più.
Solo che, a differenza di noi, la macchina non prova dubbio.»
Il rettore Francesco Billari richiama una domanda antica in un contesto nuovo:
«La tecnologia serve a potenziare la conoscenza, non a sostituirla.»
E ricorda come l’accordo con OpenAI e l’uso trasversale dell’AI nella ricerca in Bocconi vadano in questa direzione: comprendere la tecnologia per governarla, non subirla.
La legge e la solitudine
Poi la parola passa a Marta Cartabia, che riporta l’attenzione sul confine umano e giuridico.
Ricorda il caso di Adam Raine, sedici anni, California: una lunga conversazione con ChatGPT, poi il suicidio.
La domanda che pone è disarmante:
«Che mondo abbiamo creato se un ragazzo trova nell’AI l’unico interlocutore possibile?»
Il punto non è solo la responsabilità legale.
È la necessità — urgente — di educarci tutti a capire fino a che punto possiamo fidarci della macchina.
«Lo strumento non può darci umanità ed empatia.
E la cosa davvero urgente è investire nell’educazione, per imparare a usarlo con consapevolezza.»
Il diritto, in fondo, non serve solo a regolare.
Serve a proteggere.
E forse oggi deve tornare a interrogarsi sul senso delle relazioni, non solo sulle colpe.
Tenere acceso il fuoco
Quando prende la parola l’Arcivescovo Mario Delpini, sceglie un’immagine semplice e potente: tenere acceso il fuoco.
«È questo il mio compito:
offrire un luogo dove, anche se c’è vento e pioggia, il fuoco resta acceso.
E chi vuole può avvicinarsi per scaldarsi.»
Parla di buon vicinato, come modo per dire che gli altri devono ancora prendersi cura di noi.
Di conversazione, non come chiacchiera, ma come spazio per cercare senso.
Di intercessione, la capacità di farsi carico — anche spiritualmente — della vita altrui.
Poi l’avvertimento, rivolto soprattutto ai giovani:
«Attenzione: può diventare una gabbia in cui isolarsi.
L’intelligenza artificiale non è un mondo a parte,
ma un pezzo della città che vogliamo costruire insieme.»
La persona, non l’individuo
Il punto forse più profondo arriva qui.
Non confondere persona e individuo.
L’individuo, nell’illusione di bastarsi, rischia di costruirsi un mondo su misura con la macchina, perdendo l’incontro con l’altro.
La persona, invece, vive di relazioni.
Sceglie, ama, contrasta, si dona.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale, il rischio non è la macchina.
Il rischio è la solitudine.
Una generazione responsabile
Alla fine, torna una domanda che resta sospesa nell’aria:
come useremo noi l’AI?
Per avvicinarci o per isolarci?
Come strumento o come rifugio?
Come racchetta o come pallina, per riprendere la metafora del professor Mercorio?
Siamo noi a insegnare all’intelligenza artificiale ciò che sappiamo, ciò che vogliamo, ciò che riteniamo accettabile.
È una responsabilità enorme.
Perché l’AI può rendere verosimile il vero,
ma non potrà mai renderlo vivo.
E la responsabilità più grande delle comunità umane — a partire da quelle universitarie — resta una sola:
non lasciare soli i propri membri.
